The Cage Voice – 26 Giugno 2012

The Cage Voice

“To be sung without vibrato as in folk singing” è l’espressione usata spesso da John Cage nelle prefazioni alle sue composizioni vocali. “Folk singing” è un’espressione di ampio e ambiguosignificato, e non tanto denota una modalità performativa priva di “vibrato” – modalità che non necessariamente si identifica con uno stile di canto cosiddetto popolare – quanto piuttosto serve allo scopo di prendere le distanze da quel tipo di vocalità lirica che ha caratterizzato la musica colta occidentale dall’800 in avanti. Una posizione comune a molti autori del XX secolo che, come Cage, hanno preferito esplorare tipi di vocalità diverse da quella tipica della tradizione colta europea.   Un programma che ruota attorno alla Voce di John Cage, anche se abbiamo affiancato ai brani vocali alcuni classici per pianoforte preparato, ci ha avvicinato a un altro autore, molto caro al compositore statunitense, Erik Satie. Nella prefazione al brano per voce sola Sonnekus, infatti, Cage prevede “elsewhere with accompaniment any cabaret songs by Satie may be performed (at a distance from the audience)”.    Le due chansons di Satie inserite nel concerto, un’eclettica miscela di lirismo, ironia e tono arcaicizzante, sono state arrangiate per l’occasione per voce e chitarra, con l’intenzione di evidenziarne l’idea di vocalità intima, semplice ma duttile.    Il caso, il gioco – altri elementi tipici dello stile cageano che non sono presenti nei brani vocali di questo programma – vengono evocati in Ultima Rara Pop Song di Sylvano Bussotti.    Il brano, della serie delle Rare bussottiane, è composto per tre chitarre, ma prevede anche l’esecuzione solistica con suoni registrati, soluzione da me adottata per questa esecuzione, per la quale ho realizzato io stesso la registrazione.  L’apertura del programma abbiamo voluto dedicarla ad uno dei padri della musica statunitense, Elliott Carter, con un brano composto in età giovanile, nel quale l’autore sceglie di abbinare alla voce la chitarra in un ideale omaggio alle Lute Songs shakespeariane di John Dowland.

Stefano Cardi

FREON  http://www.freonmusica.com
Laura Polimeno, voce   Stefano Cardi, chitarra   Andrea Ambrosini, piano

Elliott Carter (1908) Tell me where is Fancy Bred (1938) per voce e chitarra Testo da Il Mercante di Venezia di William Shakespeare 

John Cage (1912-1992)  Sonata II, Primo Interludio  da Sonatas and Interludes for prepared piano (1946-48)     Four Walls (1944) Act I, Scene VII  per voce sola. Testo di Merce Cunningham

Erik Satie (1866-1925)  Deux chansons per voce e chitarra (arr. S. Cardi) Chanson medievale (1906) testo di Catulle Mendès
Chanson du chat da
Ludions (1923) testo di Léon-Paul Fargue

John Cage     Sonata V; Sonata XII  da Sonatas and Interludes for prepared piano (1946-48)                   

John Cage Experiences n.2 (1948) per voce. Testo da Sonnets – Unrealities of Tulips and Chimneys di Edward Estlin Cummings

John Cage The Wonderful Widow of Eighteen Springs (1942)
per voce e piano  Testo da 
Finnegan’s Wake di James Joyce

Sylvano Bussotti (1931)  Ultima Rara Pop Song (1969) per chitarra e suoni registrati (versione S. Cardi)

In collaborazione con Festival miXXer (Conservatorio Frescobaldidi Ferrara

Durante il concerto verranno esposte due opere di Lorenzo Indrimi dal titolo “I Want to Say Something About John”.
L’artista romano intende così ricordare una Collettiva del 1971 che si tenne all’Università di Maryland dal titolo “Editions in Plastic”.
In quella occasione, insieme ad altri artisti, John Cage e Lorenzo Indrimi parteciparono con dei lavori in plexiglas dal titolo, rispettivamente: “Not Wanting to Say Anything About Marcel” (Cage) e Balancing Object (Indrimi).

26 Giugno 2012 h 20.00, Sala Casella, Accademia Filarmonica Romana, via Flaminia 118. Roma

Concerto nell’ambito della manifestazione “I Giardini di Luglio” dell’Accademia Filarmonica Romana (25 giugno- 8 luglio 2012)
http://www.filarmonicaromana.org/

Programma7_7

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Il fagotto moderno di Pascal Gallois

Venerdì 25 Maggio 2012 ore 11 – Benevento

Conservatorio Statale di Musica Nicola Sala

Sabato 26 Maggio 2012 ore 11 – Frosinone

Conservatorio Statale di Musica Licino Refice

Masterclass di Pascal Gallois sulle tecniche del fagotto contemporaneo

Il seminario dedicato al fagotto e alle nuove tecniche esecutive della musica d’oggi affronta aspetti d’interpretazione del  repertorio moderno e contemporaneo con particolare riguardo per la musica da camera francese e italiana. Durante l’incontro verrà presentato il suo trattato sul fagotto dal titolo  La technique du basson recentemente pubblicato dalla casa editrice tedesca Baerenreiter

Domenica 27 maggio – ore 21.00 – Roma, Sala Casella (Via Flaminia, 118)

Concerto

Charles Camille Saint-Saëns (1835 – 1921)

Sonata (1921) per fagotto e pianoforte

Henry Dutilleux(1916)

Deux Sonnets de Jean Cassou per fagotto e pianoforte (prima esecuz. italiana)

Bruno Mantovani(1974)

Un mois d’octobre per fagotto e pianoforte (2001)

Gilbert Nouno

lavoro per fagotto ed elettronica (prima esecuzione assoluta)

Geoffroy Drouin (1970)

Eco per Luciano per fagotto ed elettronica

Luciano Berio (1925 – 2003)

Sequenza XII (1995) per fagotto

Il concertointende esplorare le possibilità espressive del fagotto – strumento a volte dimenticato nella musica da camera del XIX secolo – a partire dalle sonorità francesi d’inizio Novecento e dalle novità linguistiche di autori della Francia del dopoguerra (quali Henri Dutilleux), fino ad arrivare alle espressioni contemporanee. In tale percorso spazio-temporale i lavori figli del XXI secolo – rappresentati in questa sede da composizioni di Bruno Mantovani, Geoffroy Drouin, Gilbert Nouno – si configurano come i risultati di una ricerca estrema ai limiti dello strumento, che non può prescindere dalla lezione della SequenzaXII di Luciano Berio.

S’inizia con la Sonata Op. 187 per fagotto e pianoforte di Charles Camille Saint-Saëns, una delle tre sonate composte nell’ultimo anno di vita (insieme alla Sonata Op. 166 per oboe e pianoforte e alla Sonata Op. 167 per clarinetto e pianoforte), proprio con l’intenzione di incrementare il repertorio dello strumento. È costruita su tre sezioni: I. Allegro moderato, II. Allegro scherzando, III. Molto adagio – Allegro moderato. Tale brano si pone nella serata come punto di partenza nell’ideale percorso della musica per fagotto, divenendo premessa fondamentale alle strade intraprese nei decenni successivi.

I Deux Sonnets de Jean Cassoudi Henri Dutilleux, originariamente scritti per baritono e pianoforte, vengono presentati in prima esecuzione italiana nella trascrizione per fagotto e pianoforte firmata da Pascal Gallois nel 2011 con il consenso dello stesso compositore. Come spiega l’interprete, la trascrizione è stata suggerita dalla percezione della vicinanza dello strumento alla voce umana, derivata dalla particolare vibrazione dell’ancia doppia, dalla respirazione, dalla tessitura di tre ottave e mezzo (che scansiona l’intero spettro di voci maschili e femminili). La trascrizione per fagotto mantiene dunque la caratteristica “vocale” dei brani, assumendo al contempo una veste nuova, arricchita di inedite sfumature.

Le successive tre opere lasciano la parola alla Francia del Duemila. Inizia Un mois d’octobre per fagotto e pianoforte, brano composto nel 2001 da Bruno Mantovani,attuale Direttore del Conservatoire national supérieur de musique et de danse di Parigi. L’esecuzione si inserisce in un periodo particolarmente felice per le sue opere; tra le ultime e più prestigiose esecuzioni quelle presso il Concertgebouw d’Amsterdam, la Philharmonie di Cologne, il KKL di Lucerna. Il brano – composto per il Festival Ottobre in Normandia nel 2001 e proposto per la prima volta in Italia – sintetizza uno degli elementi caratterizzanti nel suo variegato catalogo: la predilezione di un tipo di composizione basato su una drammaturgia interna alla musica stessa. In tale ottica i materiali utilizzati, differenziati tra loro per articolazione, armonia, impatto sonoro, convivono in unità formale grazie a un sapiente montaggio che ne mette in luce analogie e contrasti, in un’ottica appunto “teatrale”.

Gilbert Nouno e Geoffroy Drouin, compositori in residenza presso l’Académie de France à Rome – Villa Medici, completano lo spazio dedicato al XXI secolo. Del primo viene presentato in prima esecuzione assoluta Caro diario, composizione per fagotto ed elettronica. La sua produzionetrae ispirazione daopere grafiche, design, arti visive, e utilizza spesso una forma aperta,ai marginidi improvvisazione escrittura. Eco per Luciano per fagotto ed elettronica di Drouin non vuole essere soltanto un omaggio esplicito alla Sequenza XII di Luciano Berio. Il riferimento a quest’ultimo – sancito (oltre che dal titolo) dal fagotto di Pascal Gallois, per il quale è stato pensato il brano e al contempo dedicatario della Sequenza – intende superare il rispetto reverenziale e distaccato per il compositore italiano, scegliendo piuttosto di assimilare e integrare quell’esperienza, e proporsi dunque come progetto autonomo.

Infine, come naturale conclusione, la Sequenza XII per fagotto di Luciano Berio, composta nel 1995 e dedicata espressamente a Pascal Gallois, la cui interpretazione è ormai indispensabile per la comprensione del lavoro stesso. Durante la genesi dell’opera l’interprete ha esplorato in modo sistematico la possibilità di eseguire nuove sonorità mediante una profonda analisi dello strumento. Dalla nota tecnica inserita dal compositore leggiamo che “Sequenza XII per fagotto è una sorta di ‘meditazione’ sul fatto che, forse più di ogni altro strumento a fiato, il fagotto si presenta, soprattutto nei registri estremi della sua estensione, con personalità contrastanti: con diverse morfologie, con diverse possibilità articolatorie e con diversi caratteri timbrici e dinamici”. Tale brano compendia il territorio conosciuto dello strumento ponendo però dei nuovi limiti tecnici ed espressivi, un punto di arrivo e partenza che sintetizza e chiarisce ulteriormente il senso di questo concerto.

Vera Vecchiarelli

Pascal Gallois fagotto

Reiko Hozu pianoforte

Tommaso Cancellieri elettronica

Pascal Gallois

Studia con M. Allard ottenendo il primo premio di fagotto all’unanimità presso il Conservatoire national supérieur de musique et de danse di Parigi. Dal 1994 al 2000 insegna presso il medesimo istituto. Nominato professore di fagotto presso la Hochschule Musik und Theater di Zurigo, dal 2002 insegna regolarmente anche a Darmstadt presso l’Internationales Musikinstitut. Membro dell’Ensemble Intercontemporain dal 1981, considera la pedagogia e lo sviluppo del repertorio i due fondamenti del suo lavoro di divulgatore: nel 1984 esegue in prima francese In Freundschaft per fagotto solo di K. Stockhausen. Da quel momento inserisce in repertorio numerose opere espressamente scritte per lui da importanti compositori, quali G. Kurtág, O. Neuwirth, P. Fénelon e B. Pauset. Nel 1995 L. Berio gli dedica la sua Sequenza XII per fagotto. Nello stesso anno crea la versione per fagotto del Dialogue de l’ombre double di P. Boulez. La sua incisione Pascal Gallois Dialogues (Stradivarius 2003) riceve il Coup de coeur de l’Académie Charles-Cros e il CHOC du Monde de la Musique.


Reiko Hozu

Nata in Giappone, vince un brillante primo premio alla J.S. Bach Competition di Tokyo. Nel 1996 riceve un Diploma di Solista dalla Staatliche Hochschule für Musik di Stoccarda, dopo aver studiato con O. Maisenberg. Entra poi nella classe di specializzazione di H. Francesch al Musikschule Konservatorium di Zurigo, dove ottiene il Premio Landolt. Lavora a stretto contatto con Y. Malinin, divenendo interprete privilegiato delle grandi opere russe e romantiche per pianoforte. In Francia matura la sua personalità artistica, lavorando tra gli altri con J. Hubeau, J. Koerner, J. Rouvier, A. Marion, R. Guiot, M. Auclair e J. Donn. È pianista ufficiale del Concours Long-Thibaud, del Jean-Pierre Rampal Flute Competition e del Concours Rostropovich di Parigi. Nel 2005 riceve il Premio Stockhausen dallo stesso compositore per la migliore esecuzione del Klavierstück X nell’ambito del Festival annuale di Kürten. I suoi récital includono brani di epoche che vanno dal Barocco alle prime esecuzioni assolute, nella ricerca di un dialogo tra il repertorio e le nuove opere. Dal 2000 è docente presso il conservatorio di Parigi.

Biglietti concerto: € 10,00 interi / € 5,00 ridotti

INFO TEL. 06.3700323 – info@nuovaconsonanza.it

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LA BANDA E IL PIANOFORTE ROMANTICO

Lunedì 19.12 ore 19.00 Conservatorio di Musica Santa Cecilia

LA BANDA E IL PIANOFORTE ROMANTICO

Alessandro Annunziata Follia* (2011) (1968) per banda sinfonica

Massimo Martinelli Liquid* (2011) (1965) per orchestra di fiati e orchestra Gamelan Degung

Ennio Morricone  Da Pitagora e oltre (2011) (1928) per banda sinfonica Sinfonia per Baarìa (2009) trascrizione per orchestra di fiati di Massimo Martinelli

Franz Liszt Il penseroso per pianoforte (1811-1886) da Années de pèlerinage. Deuxième Année. Italie (1837-1856) Sunt lacrymae rerum (En mode hongrois) per pianoforte da Années de pèlerinage. Troisième Année (1866-1877) Paolo Rotili 2CH* (2010-11) (1959) per pianoforte romantico, orchestra di fiati e percussioni

Mauro Cardi Parafrasi L (après Liszt)* (2011) (1955) per pianoforte e banda sinfonica

Emanuele Arciuli pianoforte    Banda dell’Arma dei Carabinieri Massimo Martinelli direttore

* prima assoluta

Il pianoforte e la banda, due tradizioni lontane, molteplici gli orizzonti musicali che si intrecciano, diverse le coordinate interpretative: nel bicentenario dalla nascita di Franz Liszt, e nell’anno delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, Nuova Consonanza presenta un concerto ricco di suggestioni, per festeggiare l’Italia attraverso i suoni di strumenti dalle tradizioni forti, e per scommettere sulle possibilità della musica di mettere in comunicazione passato, presente e futuro. Se la tradizione musicale del pianoforte non ha bisogno di presentazioni, quella della banda, invece, è stata a lungo trascurata. A metà strada fra il colto e il popolare, ‘terra di mezzo’ tra modernità e tradizione, la banda musicale ha avuto in Italia un ruolo storico di mediazione importante: diffondendo capillarmente le musiche ‘in voga’, quelle colte, quelle subcolte, senza limitazioni di genere, il suo repertorio ha conosciuto trasformazioni e aperture, provenienti dai diversi influssi delle ‘strade’ italiane. Roberto Leydi una volta scrisse: «Credo che sia arrivato il momento di fare i conti con le bande. Di incominciare cioè a considerare in modo serio e documentato la funzione che le bande hanno assolto nel passato per la formazione del gusto musicale, per la diffusione della musica, per la creazione di modi civili e collettivi di coesione e di solidarietà». Ed è quello che oggi Nuova Consonanza si propone di realizzare, gettando un ponte con la musica contemporanea. L’idea di riscattare questa tradizione, infatti, è alla base della composizione di Alessandro Annunziata scelta per inaugurare il concerto. Presentata qui in prima assoluta, Follia per banda sinfonica è costruita sopra una serie di variazioni su un tema dal sapore antico, un basso discendente con armonie semplici e riconoscibili, che si inserisce nel gioco di risonanze di un finale che ha il tono gioioso e folle delle feste popolari. Ancora in atmosfera grandiosa, Liquid di Massimo Martinelli, anch’essa in prima assoluta, apre al dialogo con un’altra tradizione orale forte: l’orchestra gamelan. Il concerto prosegue con due composizioni di Ennio Morricone, la prima, Da Pitagora e oltre, pensata specificamente per celebrare i 150 dell’Unità d’Italia e come omaggio al ruolo di mediazione culturale svolto dagli Istituti Italiani di Cultura all’estero in occasione della 54° Biennale di Venezia. «Alla ricerca di una storicità antica, risalendo il corso dell’evoluzione della musica fino alla scoperta della vibrazione della corda da parte di Pitagora», Morricone propone una esplorazione del sistema fisico con cui le colonne d’aria degli strumenti a fiato emettono i loro suoni, cercando l’armonia e la bellezza in un processo regolato dalla scienza. Da una composizione che celebra l’eccellenza italiana all’estero si passa a un interprete d’eccezione, Emanuele Arciuli, vincitore del Premio Abbiati come miglior solista 2010. Il pianoforte si riappropria del suo posto sul palcoscenico fino a fine concerto, attraversando modernità e tradizione sotto le sapienti dita di Arciuli e la novità del linguaggio musicale di Liszt. Il pianista sceglie infatti il compositore ungherese per il suo programma solista, ma la prospettiva con cui viene vissuto è triplice: un omaggio per il bicentenario lisztiano, un regalo all’Italia (il secondo e il terzo degli Années de pèlerinage sono sottotitolati Italie) e una dedica all’amico e collega Antonio Sardi de Letto, prematuramente scomparso nel maggio di quest’anno. Con questi dati in mente, Il penseroso e Sunt lacrymae rerum di Liszt porteranno l’ascoltatore verso una dimensione più intima dell’esperienza musicale, in cui ognuno potrà scegliere quale percorso di ascolto intraprendere. È ciò che succede anche in 2CH per pianoforte romantico, orchestra di fiati e percussione, prima assoluta di Paolo Rotili: è ancora la tradizione del pianoforte a prevalere, ma nell’esperienza d’ascolto si intrecciano due prospettive diverse, e la dualità è assunta come elemento compositivo. Nelle intenzioni del compositore «2 sono gli autori di cui si omaggia il genetliaco: Schumann e Chopin. 2 le parti (con cornice orchestrale), 2 gli interventi del pianoforte, 2 le logiche compositive (una dialettica compositiva tra rigido/organizzato e libero/rapsodico), “Ch” sono le lettere/suono contenute nei loro nomi», mentre l’orchestra di fiati e le percussioni, pensati qui come ‘contesto’, rimandano a un’attenzione tutta romantica nei confronti del timbro. Infine, conclude il concerto un’altra prestigiosa prima assoluta, un lavoro capace forse di sintetizzare le molteplici spinte e le diverse prospettive interpretative della serata: Parafrasi L (après Liszt) per pianoforte e banda sinfonica di Mauro Cardi «rielabora materiali lisztiani, immergendoli in un contesto linguistico altro e traendone linfa per percorsi eterodossi. Il solista e l’orchestra di fiati si sostengono e contrappongono cercando proprio nella loro enorme distanza, tecnica, storica e culturale, le ragioni di un rapporto non dato, ma tutto da ricercare o costruire». Elisa Novara

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PORTRAIT PHILIPPE MANOURY

«Pour moi la musique passe par un médium qui est l’interprète, je suis un adepte du spectacle vivant…». (Philippe Manoury)

Il concerto conclusivo del progetto De Musica 2011, interamente affidato alla viola di Christophe Desjardins, prevede l’esecuzione di due opere particolarmente dense ed importanti: la Partita n. 2 di Bach (nella trascrizione per viola) e Partita I di Philippe Manoury per viola e dispositivi elettronici in tempo reale.

L’accostamento delle due composizioni è forse il più suggestivo ed efficace espediente per avvicinare la raffinata poetica del compositore francese nella sua originale, attenta ricerca di un’interazione flessibile tra musicista e macchina, un’attitudine che aspira a un contatto fisico con lo strumento per indagarne tutte le sfumature del non-detto, che percepisce l’unicità di ogni interpretazione, penetrandone le pieghe più intime e profonde. Perno del sistema ‘Partita’ è infatti proprio l’interpretazione: un metodo particolare riconosce ogni dettaglio impresso dal musicista e le diverse caratteristiche nell’esecuzione dell’arco (pressione, posizione, velocità etc.) percepite dall’elettronica in tempo reale generano reazioni differenti per ogni variazione di gesto, intrecciando un rapporto strettissimo e costruttivo con l’esecutore. Dal non-detto, da ciò che il segno in partitura non sancisce ma soltanto suggerisce, nasce la verità del pezzo e in ciò è chiaro l’accostamento con l’opera di Bach, evocato dallo stesso Manoury: «è sufficiente prendere l’esempio delle suites per strumento solo di Bach, nelle quali non figura alcuna indicazione di tempo, sfumatura o espressione, per farsi un’idea di tutto ciò che un interprete deve ‘completare’ per produrre un discorso musicale che abbia un senso. Una grande parte di oralità si innesta sullo scritto perché la musica si compia. Non si tratta di improvvisazione ma di spazio dell’interpretazione. Questo tempo dell’interpretazione è fondamentalmente un ‘tempo reale’».

Così un gesto dà vita a numerose prospettive sonore e gli elementi del materiale iniziale (suoni acuti, ripetizioni, trilli, balzato, tremolo, crescendo, polifonia) sono illuminati e sfumati continuamente, ogni elemento rispecchiandosi negli altri in un reciproco gioco di allusioni, visioni e rievocazioni; le nove parti che compongono l’opera, lontane dal creare i contrasti netti che caratterizzano la forma barocca d’origine, si incatenano senza soluzione di continuità e il rapporto del solista con l’elettronica si trasforma fino a raggiungere la fusione meditativa. Manoury ha bisogno di spazio e di tempo per dispiegare le sue concezioni, secondo il principio per cui le idee celano in sé stesse i loro tempi di articolazione, e si muove volentieri in una forma ampia, conquistatrice, organica, la cui coerenza globale non esclude però sorprese improvvise e aperture inaspettate, come ci ricorda anche la fine di Partita, quando le sonorità sferiche del glissando di armonici si confrontano con la visione allucinata della quinta conclusiva di Winterreise di Schubert, introducendo l’ascoltatore verso un percorso del tutto nuovo.

Ma se a tratti la visione dei sentieri che si biforcano sembra rinviare al modello letterario-Borges, è con Stockhausen che Manoury condivide in realtà il vero interesse per la percezione dell’ascoltatore e la conseguente tendenza a manipolare strutture riconoscibili, nelle quali anche i segnali più opachi e ambigui sembrano volersi aprire per risolvere nel modo più chiaro e naturale. È importante ciò che la musica inventa in noi, la portata di tutti quegli eventi inascoltati che ci spinge al confronto con una dimensione onirica, contemplativa, quasi di luce sottomarina e archetipale. Stockhausen e Boulez dunque i riferimenti della formazione iniziale, le conferenze a Parigi negli anni ’70, l’ascolto di Mantra, momenti ‘iniziatici’ che marcano incisivamente l’ottica intellettuale e metodologica dell’artista Manoury, per il quale l’etica della composizione pervade le tecniche stesse, come se l’intero tessuto di ramificazioni e proliferazioni della costruzione musicale costituisse in realtà anche un reticolato per dare un senso leggibile alla complessità del mondo. «A mio avviso il musicista è qualcuno che può captare elementi sociali attuali (la società produce dei suoni) e giungere a trasformarli in una forma artistica. È un confronto tra la sua storia personale e il mondo nel quale egli si evolve». Ed è in questa visione che si inserisce anche la ricerca profonda condotta nell’elettronica in tempo reale, la repulsione verso la trasformazione passiva delle strutture, la necessità condivisa a pieno con Boulez di costruire un tempo reale veramente potente e interattivo, come dimostrano gli intensi anni di lavoro all’Ircam con Giuseppe di Giugno e Miller Puckette e il ciclo di opere per vari strumenti Sonus ex machina che proprio da quell’esperienza ha tratto la vita.

È dunque un rapporto complesso quello che l’artista stabilisce con il suono sintetico, un rapporto dialettico che lo spinge a oltrepassare frontiere importanti e a confrontarsi con realtà a lui estranee e lontane come quella dei performers, di cui non condivide il gusto estetico ma apprezza l’immediatezza del gesto strumentale e la relazione istantanea tra esecutore ed elettronica. Esperienze disparate, che si integrano nel compositore attraverso una ricerca rigeneratrice del modo di vivere l’elettronica, una rivalutazione consapevole dell’atto esecutivo nella sua fisicità, un’attitudine che torna ad esaltare lo spettacolo ‘dal vivo’, riconoscendone tutto il fascino insostituibile e unico.

Alessandra Ciccaglioni

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IL CAVALIER SERPENTE Perfidie di Stefano Torossi

24 novembre 2011

FESTA GRANDE AL BAR

Insieme a una mezza dozzina di scapoli stanziali, e qualcuno di passo, tutte le mattine ci sediamo per cappuccino e giornale al solito bar, un locale mondanissimo di sera, ma di giorno familiare. Oggi festa grande. Si è rotto l’impianto e quindi stiamo senza musica. Una vera delizia, si sentono le chiacchiere smorzate, il fruscio dei giornali, e ogni tanto il digrignare del macinacaffè. Con l’eccezione di oggi (speriamo che il guasto sia grave e duri qualche altro giorno) la musica di sottofondo implacabile, onnipresente, e spesso brutta ci appesta qui come dappertutto.

Parliamo di musica vera. 18 novembre, concerto di apertura del Festival di Nuova Consonanza. E’ il quarantottesimo. Una bella grinta da parte loro, e gratitudine da parte nostra perché è quasi mezzo secolo che ci portano cose nuove da ascoltare. In programma tre composizioni per quartetto d’archi: Cage, Fedele, Reich. Quartetto Prometeo, eccellente. Interessanti le musiche, ma qui, come spesso con la Musica Contemporanea viene fuori il problema. Oltre a interessare, può un brano di MC piacere? Ecco, la risposta può essere, al massimo “forse”. Perché dopo anni di ascolto, curiosità e tuffi nella sperimentazione ci accorgiamo che per poter dire che un brano ci è piaciuto dobbiamo trovarci dentro la canzone. Termine usato precisamente a scopo provocatorio. Vogliamo dire che per ricordare una musica (insieme all’emozione che ci ha dato) dobbiamo poterci aggrappare a una melodia, a uno schema armonico, a una cellula ritmica, insomma a qualcosa di riacchiappabile, magari non per fischiarlo sotto la doccia, ma almeno per ricostruircelo in testa.

Il brano di Reich si intitola “Different trains” e nelle note di presentazione ci ha colpito una frase spiritosa dell’autore, ebreo: “Negli anni trenta-quaranta, da bambino in USA ho molto viaggiato in treno, e ora che mi guardo indietro penso che se fossi rimasto in Europa in quel periodo avrei dovuto viaggiare su treni molto differenti” E’ possibile che questo nostro modo di vedere, o meglio, di ascoltare appaia incolto, ma è comunque sostenibile. In fondo, in tutta la musica, classica e non, i brani che rimangono sono quelli che hanno dentro un tema. O anche solo un qualcosa di memorabile. Prendiamo le due note iniziali, di cui la prima ribattuta tre volte, della Quinta. Cosa c’è di più riconoscibile e universale, anche se non è propriamente un tema? Era addirittura la chiave di apertura di Radio Londra durante la guerra. Nel concerto successivo, abbiamo ascoltato, fra le altre, la composizione di Ada Gentile, “Una memoria nell’ombra”, cupa, quasi lugubre, con il violoncello che bramisce come un cervo ferito. Questo ci piace, l’uso degli strumenti irrispettoso dell’accademia. Naturalmente non sempre riesce bene, questa volta sì; ma vale comunque la pena di ascoltare i tentativi. Nell’organizzazione dell’evento, una trovata intelligente: buio in sala fra un brano e l’altro per togliere d’imbarazzo gli ascoltatori che altrimenti non sanno mai quando il pezzo finisce. Nella stessa serata ci ha stupito l’operina di Lucio Gregoretti “Cara Italia, alfin ti miro”, su libretto, o meglio, su testo di Giorgio Somalvico. Molto divertente, e non è facile davvero poterlo dire di una composizione contemporanea. Lo abbiamo già con piacere constatato ascoltando un altro lavoro dello stesso autore. Una musica arguta, leggera ma sparsa di citazioni piazzate a proposito, su un testo altrettanto gustosamente in equilibrio fra orpelli ottocenteschi e banalità attuali.

PS. Cambiamo del tutto argomento. Che dire di quei mendicanti, tutti ugualmente bisognosi (questo lo diciamo solo e ipocritamente per essere politically correct) che con voce lagnosa e facce da tagliagola invocano pane per i loro bambini? O di quei mucchi di stracci che in strada ti trovi, arroganti, fra i piedi, e poi si rivelano vecchine con il barattolo per gli spiccioli? A noi viene voglia di prendere una bella rincorsa e calciarlo, quel barattolo, sull’altro lato della strada. Così come il finto zoppo ci invita allo stesso impietoso calcione contro la sua stampella tremolante ad arte. La facciamo l’elemosina, qualche volta, certo, ma solo a chi ci mostra un minimo di senso dello spettacolo, o comunque ci fa sorridere. Ne abbiamo una, irresistibile, da raccontare. Ci è costata quattro euro, ma ben spesi.

Milano, Via Montenapoleone, davanti allo sciccosissimo Bar Cova, una meravigliosa Ferrari rossa parcheggiata. Accanto, in piedi sul marciapiede, un giovanotto male in arnese. Ci ferma e ci fa, indicando l’auto: “Siniore, mia machina consuma tropo. Da’ me duo euro per pagare benzina”. Rumeno spiritoso, non potevamo non darglieli. Mezz’ora dopo ripassiamo dallo stesso punto. La Ferrari rossa si sta allontanando, ovviamente con il legittimo proprietario al volante. Il giovanotto, sempre lui, ci fa un gran sorriso e: “Siniore, quello me ha rubato machina. Da’ me duo euro per fare denuncia”.

Che avreste fatto voi?

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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Incontro con Roman Vlad e concerto “Cantabile e presto”

Accademia Filarmonica Romana – Dipartimento Comunicazione e Spettacolo (Università degli studi Roma Tre) – Associazione Nuova Consonanza

 Vivere la musica

incontro con Roman Vlad

 L’Accademia Filarmonica Romana, il Dipartimento Comunicazione e Spettacolo (Università degli studi Roma Tre)e l’Associazione Nuova Consonanza sono lieti di presentare la giornata dedicata a Roman Vlad e alla cultura e musica romena. In occasione della presentazione del volume di Roman Vlad Vivere la musica, sarà proiettato il documentario sul musicista romeno, Variazioni su Roman Vlad di Michele Picchi e Andrea Cataudella e per concludere il flautista Mario Caroli proporrà, tra gli altri, pezzi di George Enescu e Doina Rotaru, tra i musicisti romeni più conosciuti.Il concerto conclusivo è organizzato da Nuova Consonaza in collaborazione con l’Institutul Cultural Român di Bucarest.

Di seguito il programma dettagliato.

 Sala Casella, via Flaminia 118 Mercoledì 30 novembre

ore 18

in occasione della presentazione del volume di Roman Vlad

Vivere la musica

un racconto autobiografico

Einaudi Editore

a colloquio con Roman Vlad
presidente onorario della Filarmonica Romana

Interverranno Silvia Cappellini Sinopoli e Vittorio Bonolis, curatori del libro.
con Sandro Cappelletto, Stefano Catucci, Michele Dall’Ongaro

 «Il potere della musica è di un’estensione enorme. La musica può evocare le onde del mare, il fruscio del fogliame, il sibilare del vento, i sentimenti o può anche servire semplicemente per regolare la vita in caserma. Però, quando è veramente nel suo regno, non può piú essere riferita a niente, né a delle parole, né a delle immagini: la musica è sempre stata necessaria». (Roman Vlad)
Compositore prolifico e versatile, pianista e musicologo, uomo di profonda e vasta cultura, presidente onorario dell’Accademia Filarmonica Romana di cui è stato direttore artistico, Roman Vlad per la prima volta apre lo scrigno della sua memoria per restituirci le vicende della sua lunga e avventurosa esistenza che abbraccia quasi un secolo della nostra Storia: i fatti, gli affetti, gli eventi, gli incontri – da Alfredo Casella a Igor Stravinskij a Riccardo Muti. Pagina dopo pagina, dall’infanzia in Romania agli studi nella Roma fascista, ai grandi successi ottenuti in tutto il mondo, Vlad ci regala un vivido spaccato del Novecento culturale.

Ingresso gratuito

ore 19.45

Variazioni su Roman Vlad

un documentario di Michele Picchi e Andrea Cataudella

(2011, durata 45′)

 Il documentario è stato prodotto dal centro produzione audiovisivi del Dipartimento Comunicazione e Spettacolo dell’Università degli studi Roma Tre. Racconta la complessa e poliedrica attività musicale di Roman Vlad. Figura di grande prestigio che ha attraversato, nel corso della sua lunga vita, tutte le possibili accezioni del “fare musica”, quasi, potremmo dire, in un onnivoro desiderio di abbracciare l’arte musicale in tutte le sue fattezze e dimensioni culturali. La struttura del documentario intende ispirarsi a questa ricchezza e varietà, delineando appunto con delle “Variazioni” le tappe della sua vita e della sua carriera. Il nostro ritratto di questo straordinario e ancora energico uomo di 92 anni, mostrerà brani di due concerti di sue musiche eseguite di recente a Roma, di cui una di esse è una Prima Assoluta, alternati alla lezione tenuta dal Maestro all’Università Roma 3 dove parla delle sue più di cento colonne sonore scritte per il cinema. Alternando presente e passato, il Vlad di oggi intervistato nella sua casa romana, e quello di ieri dello svariato materiale di archivio, entreremo nei temi più cari e importanti della sua vita. Dal fondamentale incontro con il maestro Alfredo Casella all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, preludio alla sua lunga e molteplice attività svolta in quello che si può considerare il suo secondo paese, l’Italia. Alla sperimentazione nella musica elettronica di cui fu tra i pionieri. Compositore, pianista, teorico, divulgatore, prestigioso direttore artistico di enti lirici e sinfonici, la sua attività ha attraversato il ‘900 partecipando ai fatti musicali principali di questo secolo.

In questa compenetrazione di differenti doti e approcci musicali che si intersecano e si esaltano, la vita del maestro Vlad è come se racchiudesse in sé tutte le suggestioni della musica, delle sue possibilità e delle sue attuazioni. L’essenza profonda di questa passione totale per la musica si traduce anche in una capacità unica di trasmetterla.

 Ingresso gratuito

ore 21

In collaborazione con l’Institutul Cultural Român di Bucarest

CANTABILE E PRESTO récital per flauto e pianoforte

Johann Sebastian Bach Sonata in sol minore BWV 1020

Felix Mendelssohn Bartholdy Sonata in fa minore op.4 (1823)

George Enescu Cantabile e Presto (1904)

Doina Rotaru Crystals (2002)

André Jolivet Chant de Linos (1944)

Mario Caroli flauto

Horia Maxim pianoforte

Ingresso a pagamento

Nell’ambito del 48° Festival, Nuova Consonanza prende spunto dai festeggiamenti sui 150 anni dell’Unità d’Italia per proporre una riflessione sulla storia e sul passato. Questa serata diviene dunque occasione per instaurare un dialogo trasversale sia nello spazio – dando voce a interpreti e compositori della Romania – che nel tempo, mediante un programma comprensivo di oltre tre secoli di musica. Grandi protagonisti del récital sono Mario Caroli e il pianista rumeno Horia Maxim.

L’intento proposto – senz’altro arduo poiché richiede uno sforzo maggiore nella fruizione del concerto – è realizzabile grazie alla facilità dei due artisti di passare indifferentemente dai grandi classici della letteratura musicale alle pagine più ardue del Novecento. E così la serata muove dalla Sonata BWM 1020 di Johann Sebastian Bach fino ad arrivare agli albori del XXI secolo con Crystals di Doina Rotaru. Ma qual è il filo rosso che autorizza la compresenza di brani tanto diversi e lontani tra loro? Il confronto con alcune delle più importanti tappe della storia della musica, quali le composizioni di Bach o Mendelssohn, diviene un sostegno alla comprensione delle tendenze del presente o dell’immediato passato, oltre che un modo per recuperare un contatto con una storia spesso ripudiata. Un simile excursus permette inoltre di toccare con mano l’evoluzione tecnica del connubio di flauto e pianoforte e il trasformarsi del loro linguaggio sotto la guida di due esecutori d’eccezione.

Dopo l’esordio con Bach un tuffo nel Romanticismo, con la Sonata in fa minoreop. 4 di Felix Mendelssohn Bartholdy. Originariamente scritta per violino e pianoforte, questa assume nella trascrizione per flauto una veste rinnovata, ricca di inedite sfumature.

L’approdo al Novecento dà voce alla Romania, con le composizioni di George Enescu e Doina Rotaru. Di Enescu è il terzo brano in programma, Cantabile e presto. Composto nel 1904, occupa simbolicamente il centro del concerto, a testimonianza del punto di svolta e rottura del linguaggio musicale di inizio secolo. Tale composizione concilia, nell’alternanza di dimensione melodica e virtuosistica, la compresenza di diverse influenze culturali: da quelle derivanti dalla propria terra di origine, con il suo stile tipicamente cantabile e malinconico, a quelle acquisite in Francia negli anni di studio e apprendistato con Jules Massenet e Gabriel Fauré. Composto novantotto anni dopo (2002), Crystals di Doina Rotaru inserisce le suggestioni della Romania in un discorso musicale prettamente simbolico, e l’antico folklore rumeno sprigiona tutta la sua carica fortemente nostalgica. I due compositori danno voce allo stesso Paese ma a un secolo di distanza, traducendo nel loro personale linguaggio un inequivocabile contatto con la propria terra di origine.

Per cogliere il senso del successivo Chant de Linos del francese André Jolivet è opportuno risalire al senso del titolo, che rimanda al lamento funebre praticato nell’antica Grecia. La compresenza in detta usanza di lamento, di grida interrotte dal pianto e di danza costituisce la base su cui è costruita la composizione: il flauto intona un canto di dolore, plasmando così un clima di lutto composto, spezzato da improvvisi scoppi di energia e violenza. Il brano, nato volutamente come pezzo virtuosistico per flautisti, diviene inoltre opportunità di esibizione tecnica.

Il collegamento con il mondo antico chiude in qualche modo il cerchio della serata, trascinando l’ascoltatore in un passato di gran lunga più remoto. Un percorso vario e dinamico, che regala al concerto un valore aggiunto, rendendolo cioè vera e propria esperienza conoscitiva.

 

 

Vera Vecchiarelli

 

 

 

 

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CANTABILE E PRESTO

Mercoledì 30.11 21.00 Sala Casella

CANTABILE E PRESTO récital per flauto e pianoforte

Johann Sebastian Bach Sonata in sol minore BWV 1020

Felix Mendelssohn Bartholdy Sonata in fa minore op.4 (1823)

George Enescu Cantabile e Presto (1904)

Doina Rotaru Crystals (2002)

André Jolivet Chant de Linos (1944)

Mario Caroli    flauto

Horia Maxim   pianoforte

In collaborazione con l’Institutul Cultural Român di Bucarest

Nell’ambito del 48° Festival, Nuova Consonanza prende spunto dai festeggiamenti sui 150 anni dell’Unità d’Italia per proporre una riflessione sulla storia e sul passato. Questa serata diviene dunque occasione per instaurare un dialogo trasversale sia nello spazio – dando voce a interpreti e compositori della Romania – che nel tempo, mediante un programma comprensivo di oltre tre secoli di musica. Grandi protagonisti del récital sono Mario Caroli e il pianista rumeno Horia Maxim.

L’intento proposto – senz’altro arduo poiché richiede uno sforzo maggiore nella fruizione del concerto – è realizzabile grazie alla facilità dei due artisti di passare indifferentemente dai grandi classici della letteratura musicale alle pagine più ardue del Novecento. E così la serata muove dalla Sonata BWM 1020 di Johann Sebastian Bach fino ad arrivare agli albori del XXI secolo con Crystals di Doina Rotaru. Ma qual è il filo rosso che autorizza la compresenza di brani tanto diversi e lontani tra loro? Il confronto con alcune delle più importanti tappe della storia della musica, quali le composizioni di Bach o Mendelssohn, diviene un sostegno alla comprensione delle tendenze del presente o dell’immediato passato, oltre che un modo per recuperare un contatto con una storia spesso ripudiata. Un simile excursus permette inoltre di toccare con mano l’evoluzione tecnica del connubio di flauto e pianoforte e il trasformarsi del loro linguaggio sotto la guida di due esecutori d’eccezione.

Dopo l’esordio con Bach un tuffo nel Romanticismo, con la Sonata in fa minoreop. 4 di Felix Mendelssohn Bartholdy. Originariamente scritta per violino e pianoforte, questa assume nella trascrizione per flauto una veste rinnovata, ricca di inedite sfumature.

L’approdo al Novecento dà voce alla Romania, con le composizioni di George Enescu e Doina Rotaru. Di Enescu è il terzo brano in programma, Cantabile e presto. Composto nel 1904, occupa simbolicamente il centro del concerto, a testimonianza del punto di svolta e rottura del linguaggio musicale di inizio secolo. Tale composizione concilia, nell’alternanza di dimensione melodica e virtuosistica, la compresenza di diverse influenze culturali: da quelle derivanti dalla propria terra di origine, con il suo stile tipicamente cantabile e malinconico, a quelle acquisite in Francia negli anni di studio e apprendistato con Jules Massenet e Gabriel Fauré. Composto novantotto anni dopo (2002), Crystals di Doina Rotaru inserisce le suggestioni della Romania in un discorso musicale prettamente simbolico, e l’antico folklore rumeno sprigiona tutta la sua carica fortemente nostalgica. I due compositori danno voce allo stesso Paese ma a un secolo di distanza, traducendo nel loro personale linguaggio un inequivocabile contatto con la propria terra di origine.

Per cogliere il senso del successivo Chant de Linos del francese André Jolivet è opportuno risalire al senso del titolo, che rimanda al lamento funebre praticato nell’antica Grecia. La compresenza in detta usanza di lamento, di grida interrotte dal pianto e di danza costituisce la base su cui è costruita la composizione: il flauto intona un canto di dolore, plasmando così un clima di lutto composto, spezzato da improvvisi scoppi di energia e violenza. Il brano, nato volutamente come pezzo virtuosistico per flautisti, diviene inoltre opportunità di esibizione tecnica.

Il collegamento con il mondo antico chiude in qualche modo il cerchio della serata, trascinando l’ascoltatore in un passato di gran lunga più remoto. Un percorso vario e dinamico, che regala al concerto un valore aggiunto, rendendolo cioè vera e propria esperienza conoscitiva.

Vera Vecchiarelli

 

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