G E S T I N O T T U R N I

mercoledì 1 dicembre 2010 | ore 21.00 | Sala Casella

G E S T I N O T T U R N I

Paolo Cavallone

(1975)

Daimon ** (2009)

per fagotto, violoncello e chitarra

John Stringer

(1967)

Nocturnal ** (2010)

per fagotto, violoncello e chitarra

Elliott Sharp

(1951)

Ecliptical * (2009)

per chitarra a 10 corde

Mika Pelo

(1971)

In Silent ways * (2010)

per fagotto, violoncello e chitarra

Iannis Xenakis

(1922-2001)

Kottos (1977)

per violoncello

Harri Suilamo

(1954)

Ur Nattboken * (2010)

per fagotto, violoncello e chitarra

Luciano Berio

(1925-2003)

Sequenza XII (1995)

per fagotto

Gianvincenzo Cresta

(1968)

Gesti di un diario ** (2010)

per fagotto, violoncello e chitarra

 

Magnus Andersson chitarra

Pascal Gallois fagotto

Rohan de Saram violoncello

 

 

* prima esecuzione assoluta

* * prima esecuzione italiana

 

 

 

 

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Una risposta a G E S T I N O T T U R N I

  1. nuovaconsonanza ha detto:

    Un concerto particolare quello che vede protagonisti Rohan de Saram, Magnus Andersson e Pascal Gallois; un trio inedito, difficile da pensare anche compositivamente, eppure affascinante. Ma la novità, oltre che nell’organico, sta nell’eccezionalità degli interpreti. Tre sensibilità diverse, tre modi diversi di affrontare la musica, segnatamente quella d’oggi, tre provenienze geografiche distinte, che trovano il loro punto d’incontro nella musica. Il programma è un viaggio che si muove tra più coordinate; non va vissuto pensando ad una retta, ma piuttosto ad uno spazio: i tre strumenti fungono da luogo di coagulo di risorse creative provenienti da vari ambiti culturali e musicali. I compositori infatti hanno poco o niente in comune tra loro se non una consolidata cifra stilistica, assolutamente personale – ed è un merito – e una riconosciuta capacità di saper disegnare traiettorie avvincenti. È questa una prima chiave di lettura del concerto di stasera, poi ve ne si possono scorgere altre. Una, ad esempio, è rappresentata dal virtuosismo strumentale, una sorta di filo rosso che probabilmente costituisce la motivazione profonda dei brani in programma. Va sottolineato che la quasi totalità delle opere è stata pensata e scritta per questo trio.
    Chi conosce i tre protagonisti del concerto sa quale contribuito abbiano dato alla musica d’oggi, sa che, ad esempio, la Sequenza di Berio, deve moltissimo alla bravura di Pascal Gallois così come tutti siamo riconoscenti a Rohan de Saram e a Magnus Andersson per aver assistito un’infinità di compositori, soprattutto per aver favorito, grazie alla loro abilità, l’esplorazione di possibilità strumentali fino a quel momento sconosciute. Dunque, in questo concerto il legame tra i brani e gli esecutori ha una natura differente, nasce da un confronto serrato tra artisti. I brani sono emanazione del suono degli interpreti, del loro modo di porsi rispetto al segno musicale, rispetto alla corda o all’ancia. Per cui Daimon di Paolo Cavallone come Gesti da un diario di Gianvincenzo Cresta eliminano le distanze tra compositore ed esecutore e l’esecutore è immediatamente interprete, di se stesso diremmo. Questa indagine compositiva che desume i suoi gesti, appunto, dall’interprete non è un fatto nuovo, ma di sicuro è un fatto raro, perché è altra cosa rispetto alla semplice dedica o al brano scritto per. In Ecliptical di Elliott Sharp, chitarrista compositore, la complessità del linguaggio nasce dalla conoscenza dello strumento, da un atteggiamento sperimentale che solo un interprete colto come Magnus Andersson è in grado di restituire con naturalezza. Così come Kottos di Xenakis per violoncello non può essere affrontato se non da chi ha alle spalle un enorme bagaglio di esperienza nell’ambito della musica contemporanea ed è per questo consapevole a pieno del senso di certe modalità esecutive. Rohan de Saram è tra i pochi violoncellisti al mondo che possono vantare questa capacità.
    Il concerto di stasera ha il valore della conoscenza, non è spettacolo fine a se stesso, non è celebrazione di grandi interpreti, ma è concreta possibilità di avvicinarsi a mondi diversi, in particolare a una generazione di compositori, fatto salvo Luciano Berio e Iannis Xenakis, nati negli anni compresi tra il ‘50 e il ‘70. Harri Suilamo è del 1954, John Stringer è del 1967, ad esempio. Dall’estetica dei dettagli di Suilamo dove l’istante è occasione di attraversamento della bellezza, a John Stringer con un linguaggio raffinatissimo dalle linee sottili quanto potenti. Mika Pelo, compositore svedese, ha una cifra stilistica connotata da una grande vitalità che si fonda su di una solidità di scrittura invidiabile.
    Un panorama ricco, quello offertoci dal trio, volutamente privo di consequenzialità, senza apparenti nessi, ma piuttosto rapsodico. E così va ascoltato: ogni brano una possibilità di farsi rapire dal potere dei suoni o dal congegno preordinato dal compositore. Infine, un ulteriore valore è dato dal fatto che quasi tutti i brani sono in prima esecuzione italiana e alcuni in prima mondiale. Ciò a testimonianza dell’esclusività del concerto di stasera, frutto di un intenso lavoro di preparazione.

    Fausto Sebastiani

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