IL CAVALIER SERPENTE Perfidie di Stefano Torossi

24 novembre 2011

FESTA GRANDE AL BAR

Insieme a una mezza dozzina di scapoli stanziali, e qualcuno di passo, tutte le mattine ci sediamo per cappuccino e giornale al solito bar, un locale mondanissimo di sera, ma di giorno familiare. Oggi festa grande. Si è rotto l’impianto e quindi stiamo senza musica. Una vera delizia, si sentono le chiacchiere smorzate, il fruscio dei giornali, e ogni tanto il digrignare del macinacaffè. Con l’eccezione di oggi (speriamo che il guasto sia grave e duri qualche altro giorno) la musica di sottofondo implacabile, onnipresente, e spesso brutta ci appesta qui come dappertutto.

Parliamo di musica vera. 18 novembre, concerto di apertura del Festival di Nuova Consonanza. E’ il quarantottesimo. Una bella grinta da parte loro, e gratitudine da parte nostra perché è quasi mezzo secolo che ci portano cose nuove da ascoltare. In programma tre composizioni per quartetto d’archi: Cage, Fedele, Reich. Quartetto Prometeo, eccellente. Interessanti le musiche, ma qui, come spesso con la Musica Contemporanea viene fuori il problema. Oltre a interessare, può un brano di MC piacere? Ecco, la risposta può essere, al massimo “forse”. Perché dopo anni di ascolto, curiosità e tuffi nella sperimentazione ci accorgiamo che per poter dire che un brano ci è piaciuto dobbiamo trovarci dentro la canzone. Termine usato precisamente a scopo provocatorio. Vogliamo dire che per ricordare una musica (insieme all’emozione che ci ha dato) dobbiamo poterci aggrappare a una melodia, a uno schema armonico, a una cellula ritmica, insomma a qualcosa di riacchiappabile, magari non per fischiarlo sotto la doccia, ma almeno per ricostruircelo in testa.

Il brano di Reich si intitola “Different trains” e nelle note di presentazione ci ha colpito una frase spiritosa dell’autore, ebreo: “Negli anni trenta-quaranta, da bambino in USA ho molto viaggiato in treno, e ora che mi guardo indietro penso che se fossi rimasto in Europa in quel periodo avrei dovuto viaggiare su treni molto differenti” E’ possibile che questo nostro modo di vedere, o meglio, di ascoltare appaia incolto, ma è comunque sostenibile. In fondo, in tutta la musica, classica e non, i brani che rimangono sono quelli che hanno dentro un tema. O anche solo un qualcosa di memorabile. Prendiamo le due note iniziali, di cui la prima ribattuta tre volte, della Quinta. Cosa c’è di più riconoscibile e universale, anche se non è propriamente un tema? Era addirittura la chiave di apertura di Radio Londra durante la guerra. Nel concerto successivo, abbiamo ascoltato, fra le altre, la composizione di Ada Gentile, “Una memoria nell’ombra”, cupa, quasi lugubre, con il violoncello che bramisce come un cervo ferito. Questo ci piace, l’uso degli strumenti irrispettoso dell’accademia. Naturalmente non sempre riesce bene, questa volta sì; ma vale comunque la pena di ascoltare i tentativi. Nell’organizzazione dell’evento, una trovata intelligente: buio in sala fra un brano e l’altro per togliere d’imbarazzo gli ascoltatori che altrimenti non sanno mai quando il pezzo finisce. Nella stessa serata ci ha stupito l’operina di Lucio Gregoretti “Cara Italia, alfin ti miro”, su libretto, o meglio, su testo di Giorgio Somalvico. Molto divertente, e non è facile davvero poterlo dire di una composizione contemporanea. Lo abbiamo già con piacere constatato ascoltando un altro lavoro dello stesso autore. Una musica arguta, leggera ma sparsa di citazioni piazzate a proposito, su un testo altrettanto gustosamente in equilibrio fra orpelli ottocenteschi e banalità attuali.

PS. Cambiamo del tutto argomento. Che dire di quei mendicanti, tutti ugualmente bisognosi (questo lo diciamo solo e ipocritamente per essere politically correct) che con voce lagnosa e facce da tagliagola invocano pane per i loro bambini? O di quei mucchi di stracci che in strada ti trovi, arroganti, fra i piedi, e poi si rivelano vecchine con il barattolo per gli spiccioli? A noi viene voglia di prendere una bella rincorsa e calciarlo, quel barattolo, sull’altro lato della strada. Così come il finto zoppo ci invita allo stesso impietoso calcione contro la sua stampella tremolante ad arte. La facciamo l’elemosina, qualche volta, certo, ma solo a chi ci mostra un minimo di senso dello spettacolo, o comunque ci fa sorridere. Ne abbiamo una, irresistibile, da raccontare. Ci è costata quattro euro, ma ben spesi.

Milano, Via Montenapoleone, davanti allo sciccosissimo Bar Cova, una meravigliosa Ferrari rossa parcheggiata. Accanto, in piedi sul marciapiede, un giovanotto male in arnese. Ci ferma e ci fa, indicando l’auto: “Siniore, mia machina consuma tropo. Da’ me duo euro per pagare benzina”. Rumeno spiritoso, non potevamo non darglieli. Mezz’ora dopo ripassiamo dallo stesso punto. La Ferrari rossa si sta allontanando, ovviamente con il legittimo proprietario al volante. Il giovanotto, sempre lui, ci fa un gran sorriso e: “Siniore, quello me ha rubato machina. Da’ me duo euro per fare denuncia”.

Che avreste fatto voi?

L’archivio del Cavalier Serpente, o meglio la covata di tutte le sue uova avvelenate, sta al caldo nel suo blog. Per andare a visitarlo basta un click su questo link: http://blog.libero.it/torossi

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